domenica 25 settembre 2016

La guerra sociale dei Voucher

L'uso dei Voucher lavoro è in netta crescita, nel 2013 i Voucher venduti nei primi 7 mesi furono 19milioni, nei primi 7 mesi del 2016 sono stati 84milioni.
La fondazione Giuseppe Di Vittorio ha vivisezionato i numeri dell'Inps mostrando un quadro più che allarmante, quasi da guerra sociale in una nazione, l'Italia, che imprigionata dalla gabbia dell'Unione Europea, non riesce ad uscire dalla crisi.

Vorrei però analizzare la crescita impressionante dell'uso dei Voucher lavoro, un mezzo nato per regolarizzare prestazioni occasionali che tipicamente avvenivano in nero o per aiutare i lavoratori in cassaintegrazione, che poi è diventato un mezzo che ha superato i limiti della precarietà, in peggio. Una schiavitù a chiamata che priva l'uomo di ogni diritto. Lo stesso presidente dell'Inps, Tito Boeri, ha ammesso che il lavoro accessorio non sta facendo emergere molto lavoro in nero, mentre in molti casi ha creato ulteriore precarietà. I dati dell'INPS mostrano che la maggior parte dei voucher viene usato per pagare lavoratori di mezza età che hanno perso il loro posto di lavoro, ma soprattutto un'intera generazione, quella giovanile, che non era mai stata occupata precedentemente.

Il voucher per moltissimi lavoratori, giovani e meno giovani, è diventato l'unico reddito. Lo stesso Boeri ammette che “i voucher rischiano di diventare la nuova frontiera del precariato”, anche perchè “non sono tanto come i mini jobs tedeschi, cioè secondi lavori. Rischiano di essere l’unica forma di lavoro per molti. E’ un fenomeno preoccupante da monitorare con estrema attenzione”.
Ma il governo Renzi, invece di monitorare, con il Jobs Act ha soltanto legittimato questo nuovo sfruttamento estendendo ancor di più questa forma di lavoro, fino a portare il limite massimo annuo di un lavoratore voucher da 5mila a 7mila euro.
Nei primi sette mesi del 2016, nel solo Nord Est sono stati venduti 28milioni di Voucher, è infatti la zona più produttiva d'Italia dove, anche per questo, l'uso dei Voucher è più intensivo. Ma Veneto Lavoro ha denunciato in una relazione che l'85% dei beneficiari dei voucher ha guadagnato meno di mille euro in un anno. Come si può pensare di vivere in queste condizioni?

La legge Fornero permette a qualsiasi soggetto, disoccupato, lavoratore, pensionato, studente, di usufruire del lavoro accessorio. I Voucher inizialmente era riservato a piccoli lavori domestici, assistenza domiciliare o a collaborazioni con enti pubblici o associaizoni di volontariato.
Oggi non è più così, siamo di fronte ad un uso improprio che con la scusa della lotta al lavoro in nero o dell'aiuto per i cassaintegrati, si è trasformato in una nuova formula di precariato, più temibile dei precedenti.
Ogni voucher acquistato dal datore di lavore per un'ora di prestazione costa 10 euro: di cui 7,5 vanno al lavoratore, 1,30 alla gestione separata dell'Inps, 70centesimi per l'assicurazione all'Inail, e il resto è il costo del servizio.

Ma si è davvero ridotto il lavoro nero? Il committente può prendere un voucher e farlo valere per più ore, o più giorni. I lavoratori non sono tutelati, il sistema non è monitorato per questo molti hanno denunciato che questo sistema non sconfigge il lavoro nero, ma lo legalizza.
I limiti sono pochi: il datore di lavoro può elargire al massimo 2 mila euro annui in voucher per ogni lavoratore, il lavoratore può guadagnare in voucher non più di 7 mila euro all’anno. Ma il datore di lavoro può ovviamente ruotare un gran numero di disperati e disoccupati senza diritti, senza tfr, senza maturare ferie, senza indennità di malattia e di maternità, nè assegni familiari, nessun diritto.

Non sta a me, ora, denunciare tutti i casi limiti. Spetterebbe ai sindacati, alla politica, denunciare con forza la precarietà, fino a contrastare il Jobs Act. Silenzio, intorno al mondo del lavoro un silenzio assordante, ed in questo la crisi economica è un alleato prezioso contro i diritti dei lavoratori.
Dobbiamo davvero aspettare un omicidio, come a Piacenza, per ottenere un minimo di stabilità contrattuale?

Si doveva limitare la precarietà, si è andato oltre. Lo sfruttamento del dolore, generazioni usate dal mercato e abbandonate dallo stato. Una lotta contro il precariato che da vent'anni genera depressioni, umiliazioni e persino morti. Una lotta che va avanti, senza incontrare una necessaria resistenza.

APS

giovedì 1 settembre 2016

In Brasile un colpo di Stato

Il nuovo presidente Temer è un informatore degli Stati Uniti
In Brasile, un colpo di stato. Senza armi. Un colpo di stato che con la corruzione ha sfruttato le regole democratiche. Un "gioco politico" falsato, non popolare, ma bensì oligarchico. Il Senato brasiliano ha ufficialmente approvato la destituzione del Presidente Dilma Rouseff con 61 voti favorevoli, 20 i contrari.
Per la destituzione erano necessari il voto dei due terzi, 54 su 81.
Ma, dato curioso, l'altro voto, quello riguardante l'ineleggibilità per 8 anni della Rouseff, è stato negativo e potrà quindi candidarsi alle prossime elezioni.
Finisce così il governo progressista del Brasile che univa ad un compatto centrosinistra, partiti e movimenti del centrodestra.
Il nuovo presidente del Brasile è Michel Temer, già vicepresidente dal 2011. L'ex braccio destro di Rouseff è il leader del Partito del Movimento Democratico Brasiliano, liberale e conservatore. Nei mesi scorsi Wikileaks aveva diffuso la notizia che Temer aveva agito da informatore per l'Ingelligence degli Stati Uniti d'America.
Un colpo di stato non contro una donna, eletta democraticamente presidente, ma contro un governo progressista, contro i diritti del lavoro, della case, dell'istruzione, della sanità. Un golpe contro il socialismo.


La lettera di Lula a Maduro
Nei giorni scorsi l'ex presidente del Brasile, Lula, ha scritto una lettera aperta all'attuale presidente del Venezuela, Maduro.
Non poteva mancare la denuncia sul falso processo di impeachment brasiliano. (fonte Antidiplomatico)

"Nel 2014 la Presidente Dilma è stata rieletta con 54 milioni di voti, sconfiggendo una potente coalizione di partiti, imprese e mezzi di comunicazione che predica una regressione storica per il paese attraverso la riduzione di importanti programmi di inclusione sociale, la soppressione di diritti basici della classe popolare e la vendita del patrimonio pubblico costruito con il sacrificio di innumerevoli generazioni di brasiliani"

Una vittoria elettorale ottenuta nel 2002, 2006, 2010, 2014. Ma la coalizione avversaria - prosegue Lula - non ha accettato la sconfitta e ha cercato di sovvertire l'esito usando tutti i mezzi legali e poi, successivamente con la strada del sabotaggio e del golpe.

"Dopo aver esaurito tutti i mezzi legali - denuncia Lula - piuttosto che rispettare la decisione sovrana degli elettori, tornando a svolgere il legittimo ruolo dell’opposizione, come ha sempre fatto il PT nelle elezioni perse, i partiti sconfitti e i grandi mezzi di comunicazione si sono ribellati alle regole del regime democratico, cominciando a sabotare il governo e a cospirare per prendere il potere con mezzi illegittimi"

Lula descrive la Rouseff come "una donna integra la cui onestà viene riconosciuta anche dagli avversari più tenaci (…) mai accusata di nessun atto di corruzione"
Per l'ex presidente del Brasile questo processo è "puramente politico, viola apertamente la Costituzione e le regole del sistema presidenzialista, nel quale il popolo elegge direttamente il Capo dello Stato e di governo ogni quattro anni"  



Mozione di solidarietà con il popolo brasiliano, la presidente Dilma Rousseff, il PT e il PCdoB
Fonte resistencia.cc, tradotta in italiano da Marx21.it

I Partiti Comunisti e Rivoluzionari riuniti a Lima, in Perù, esprimono piena solidarietà al popolo brasiliano, alla presidente legittima, Dilma Rousseff, al Partito dei Lavoratori, al Partito Comunista del Brasile e a tutte le forze progressiste del paese, nel momento in cui si sta compiendo il colpo di Stato dal carattere antidemocratico, antipopolare e antinazionale.
Questo colpo di Stato si propone di liquidare le conquiste democratiche, sociali e nazionali che il popolo brasiliano ha ottenuto con la presenza, per 13 anni, dei governi progressisti, di Lula e di Dilma. Il colpo di Stato in Brasile è parte della strategia dell'imperialismo e delle classi dominanti brasiliani tesa alla conquista del potere politico come condizione essenziale per sfruttare il popolo e saccheggiare la nazione.
Le forze golpiste, durante il governo ad interim e usurpatore degli ultimi 100 giorni, hanno messo in atto una controriforma politica, una regressione antidemocratica dello Stato brasiliano, la totale apertura al capitale finanziario internazionale, il ritorno della privatizzazione, la sottomissione ai dettami del capitale monopolistico, e si sono impegnate a promuovere l'abrogazione delle leggi che garantiscono i diritti sociali e del lavoro, e una battuta d'arresto di civiltà, con la minaccia della revoca dei diritti civili e dei diritti umani. Sul piano della politica estera, i golpisti stanno liquidando le conquiste di una politica indipendente, che garantisce l'integrazione regionale, la solidarietà e l'inserimento del Brasile nel mondo, a partire da una visione contraria all'egemonia delle grandi potenze e in difesa della pace mondiale.
Il colpo di Stato in Brasile è un'aggressione contro tutti i popoli e le nazioni amiche dell'America Latina, e per questa ragione lo condanniamo e respingiamo energicamente.


Bolivia, Ecuador, Venezuela, Argentina, Uruguay, Cuba e Stati Uniti sul golpe
Il presidente dell'Ecuador, Correa, ha definito il golpe "un'apologia dell'abuso e del tradimento" che "ci ricorda le ore più oscure della Nostra America"

Il presidente del Venezuela, Maduro, ha condannato il golpe, ha deciso di ritirare il suo ambasciatore e congelare le relazioni politiche e diplomatiche con "il governo sorto da questo golpe parlamentare". La cancelleria del Venezuela, in un comunicato, ha parlato di "un tradimento storico contro il popolo del Brasile, ed un attentato contro l'integrità della mandataria più onesta in esercizio della presidenza di questo paese"

Il presidente della Bolivia, Morales, ha condannato "il golpe parlamentare contro la democrazia brasiliana", e ha dato la sua solidarietà a Dilma, a Lula e a tutto il loro popolo in queste ore difficili.

L'ex presidente dell'Argentina, Cristina Fernandez de Kirchner, ha denunciato il "golpe istituzionale che ha violentato la sovranità popolare" e ha espresso solidarietà al popolo brasiliano, a Dilma, a Lula, e ai comapgni del PT.

L'ex presidente dell'Uruguay, Mujica, ha affermato che bisogna dare il giusto nome alle cose, "quello che abbiamo abuto in Brasile è stato un colpo di stato" e "tutta questa discussione del Senato è stato un grande pantomima". L'ex presidente ha denunciato il golpe affermando che la decisione era stata presa altrove e che il Senato è stato solo "un palcoscenico allo scopo di ingannare l'opinione pubblica e dare una parvenza di giudizio"
"C'è stata una decisione politica di vagliare il diritto di questo governo. Ci fu una decisione politica che ha cercato di riorganizzare l'artificio giuridico per la scopo di avere certe cose a comparire presso il parere della gente e il mondo", ha continuato.

Il Governo Rivoluzionario della Repubblica di Cuba respinge con forza il colpo di stato parlamentare contro il presidente Dilma il quale manca di rispetto alla volontà sovrana del popolo.
Per Cuba, "durante i governi di Luiz Inácio Lula da Silva e Dilma Rousseff, c'è stato un modello economico e sociale che ha permesso al Brasile di fare un salto in alto sulla crescita economica, con l'inclusione sociale, con la difesa delle sue risorse naturali. Combattendo la povertà, con l'espansione delle opportunità nel campo dell'istruzione e della salute delle persone, compresi i settori fino ad allora emarginati"

"Il Brasile di Lula e Dilma merita la lode per la forza dei suoi esecutivi su questioni cruciali come la difesa della pace, lo sviluppo, l'ambiente e programmi anti-povertà. Le forze oggi al potere invece hanno annunciato misure di privatizzazione su riserve di petrolio in acque profonde e tagli ai programmi sociali. Hanno inoltre definito una politica estera che favorisce i rapporti con i grandi centri di potere interna-zionale"

"Quello che è successo in Brasile è un'altra espressione dell'offensiva dell'imperialismo e dell'oligarchia contro i governi rivoluzionari e progressisti in America Latina e nei Caraibi"

"Cuba riafferma la sua solidarietà con il presidente Dilma e il compagno Lula, il Partito dei lavoratori, ed esprime la sua fiducia nel fatto che il popolo brasiliano difenderanno i guadagni sociali raggiunti, si opporrà con determinazione alle politiche neoliberali che cercheranno di imporre, a partire dall'espropriazione delle sue risorse naturali"


Unica voce favorevole quella degli Stati Uniti che hanno già applaudito il colpo di stato. Il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby, ha affermato che "questa è stata una decisione presa dal popolo brasiliano, e loro la  rispettano perchè le istituzioni democratiche in Brasile hanno agito all'interno del loro quadro costituzionale"


La solidarietà della FGCI
"Quello andato in scena poche ora fa in Brasile  è un colpo di stato vero e proprio, un rovesciamento della volontà popolare attraverso l’uso politico della magistratura e delle accuse penali, rivelatesi prive di fondamento per stessa statuizione degli organi giudiziari brasiliani, col fine unico di destituire la legittima presidente brasiliana, la compagna Dilma Rousseff.
E’ comune la valutazione, da parte delle forza comuniste e rivoluzionarie del mondo, che si tratti del tentativo, andato in porto, di archiviare un decennio di progresso e conquiste sociali ottenute dal popolo brasiliano grazie ai governi progressisti di Lula e Dilma, governi in cui il supporto e l’azione del Partido Comunista do Brasil è stato fondamentale. L’inizio di questa ondata reazionaria che sta travolgendo il continente latinoamericano è databile coi tentativi, tuttora in corso, di sovvertire il legittimo governo del Venezuela bolivariano, in particolare contro il presidente Maduro. Una ondata passata anche attraverso la sconfitta delle forza popolari in Argentina nei mesi scorsi.
Più  in generale, a livello mondiale prosegue, anche in forme inedite, la politica destabilizzatrice dell’imperialismo made in USA, che tende all’annullamento della volontà e della sovranità popolare, dell’indipendenza nazionale e allo stroncamento dei processi rivoluzionari mondiali. Lo abbiamo scritto più vote: la guerra e l’attacco in corso a livello mondiale sono rivolti ai paesi emergenti BRICS, visti – a ragione- come un temibile concorrente e avversario dagli USA e dall’imperialismo, a causa della superiorità economica, politica, diplomatica (e militare, in un futuro non troppo lontano) che contraddistingue la qualità delle relazioni tra questi Paesi e il mondo, e  in particolare l’asse tra Russia e Cina.
Lo scopo di questa offensiva da parte degli USA e dell’imperialismo è chiaro: colpire i governi sovrani, indipendenti e progressisti per isolare e neutralizzare l’asse tra Russia e Cina, il cuore della “minaccia” all’egemonia americana sul mondo. Il conseguimento dello status formale di alleato miilitare degli Stati Uniti d’America da parte dell’India, denunciato e condannato alcuni giorni fa da parte del Partito Comunista d’India (Marxista), è un’ ulteriore mossa posta in essere in questa strategia del conflitto globale.
La Federazione Giovanile Comunista Italiana, nel ribadire la sua costante vicinanza e solidarietà al popolo brasiliano, ai compagni del Partido Comunista do Brasil e della UJS, al governo legittimo e alla presidente Dilma Rousseff, si impegna alla mobilitazione – raccogliendo l’appello della Federazione Mondiale della Gioventù Democratica, di cui la FGCI è componente – alla denuncia militante del colpo di stato. Chiediamo al governo italiano di non riconoscere la legittimità del nuovo governo Temer e di congelare le relazioni diplomatiche con i nuovi assetti politici istituzionali sorti con il golpe.
La FGCI invita tutti i suoi militanti alla mobilitazione, all’opera di controinformazione sui fatti accaduti in Brasile e alla vigilanza democratica
"



L'ultimo discorso del presidente Dilma Rouseff (lunedì 29/08/2016)
Per leggere il discorso integrale in inglese (http://www.pt.org.br/blog-secretarias/speech-dilma-rousseff-to-the-senate-federal-english/)
"Il 1 ° gennaio 2015 ho assunto il mio secondo incarico come Presidente della Repubblica del Brasile. Sono stata eletta con più di 54 milioni di voti.
Al mio insediamento ho promesso di sostenere, difendere e rispettare la Costituzione, di rispettare la legge, di promuovere il benessere generale del popolo brasiliano, di sostenere l'unione, l'integrità e l'indipendenza del Brasile. Ho sempre creduto nella democrazia e dello stato di diritto, e ho sempre visto la costituzione del 1988 come uno dei grandi successi del nostro popolo.  In questo viaggio per difendermi dal impeachment, ho vissuto più da vicino la mia gente e ho avuto la possibilità di ascoltare il loro riconoscimento, di ricevere il loro affetto. Ho anche sentito forti critiche contro la mia amministrazione, gli errori commessi, le misure e le politiche che non sono stati adottati. Io umilmente accettare queste critiche, perché come tutti ho i miei difetti e posso commettere errori.

Tra i miei difetti non c'è la slealtà e vigliaccheria. Non tradisco gli impegni che prendi, i principi che sostengo, o coloro che combattano al mio fianco. Nella lotta contro la dittatura, il mio corpo ha ricevuto i segni delle torture. Per anni ho sopportato la sofferenza per la detenzione. Ho visto fratelli e sorelle violentate, anche uccisi. A quel tempo, ero molto giovane. Avevo paura della morte, dei postumi della tortura sul mio corpo e l'anima. Ho resistito. Ho resistito contro la tempesta e il terrore che aveva cominciato a inghiottire me, nel buio dei tempi amari che il paese ha attraversato. Non ho cambiato parte, ho continuato a lottare per la democrazia.

Ho dedicato tanti anni della mia vita alla lotta per una società senza odio e intolleranza. Ho combattuto per una società libera da pregiudizi e discriminazioni. Ho combattuto per una società in cui non vi era alcuna povertà o persone escluse. Ho combattuto per un Brasile sovrano, volevo l' uguaglianza e la giustizia.
Sono orgogliosa di questo. Quando si crede, si combatte.

A quasi 70 anni di età, non sarebbe ora, dopo essere diventata una madre e una nonna, di abdicare i principi che mi hanno sempre guidato.
Ho esercitato la Presidenza della Repubblica, ho onorato l'impegno che ho preso per il mio paese, per la democrazia, per lo Stato di diritto. Sono stata intransigente nella difesa dell'onestà nella gestione della cosa pubblica. Ecco perché, di fronte alle accuse che mi sono mosse in questo processo, non posso sentire, ancora una volta, in bocca il sapore aspro e amaro di ingiustizia.

Ed è per questo, che come in passato, io resisto.

Non aspettatevi da me il silenzio ossequioso dei codardi. In passato, con le armi, e oggi, con la retorica legale, ancora una volta, la democrazia e lo Stato di diritto mi sono state tentate contro. Resistere. Sempre resistere. Resistere a risvegliare le coscienze che stanno ancora dormendo in modo che, insieme, possiamo mettere piede a terra, anche se la terra trema e minaccia di inghiottire di nuovo.

Non mi batto per il mio ufficio o per vanità o per qualche attaccamento al potere, come si addice a coloro che non hanno carattere, principi o utopie da conquistare. Io lotto per la democrazia, per la verità, e per la giustizia. Io combatto per la gente del mio paese, per il loro benessere.
Molti oggi mi chiedono da dove proviene la mia energia. Viene da quello in cui credo. Posso guardare indietro e vedere tutto quello che abbiamo fatto. Guardare avanti e vedere tutto quello che hanno ancora bisogna fare e si potrà fare. Ancora più importante, posso guardarmi e vedere il volto di una persona che, pur segnata dal tempo, ha la forza per difendere le sue idee ed i suoi diritti.

Ancora una volta nella mia vita, sarò giudicatà. Ed è perché la mia coscienza è assolutamente tranquilla in relazione a quello che ho fatto, nell'esercizio della Presidenza della Repubblica, che vengo in prima persona di fronte a chi mi giudicherà. Vengo per vedere direttamente negli occhi e dire, con la serenità di chi non ha nulla da nascondere, che non ho commesso alcun reato di responsabilità. Non ho commesso i reati di cui ingiustamente e arbitrariamente sono stata accusata.

Oggi, il Brasile, il mondo, la storia ci guarda e attendel'esito di questa procedura impeachment, [...] un colpo di stato contro la Costituzione. Un colpo di stato che, se attuata, comporterà l'elezione indiretta di un governo usurpatore. L'elezione indiretta di un governo che, ancora durante il suo periodo di transizione, non ha donne nei suoi ministeri, quando la gente, nelle votazioni, ha scelto una donna a capo del paese. Un governo che può fare a meno dei neri nella composizione del suo gabinetto e ha già dimostrato disprezzo per la piattaforma scelta dal popolo nel 2014.

Ciò che è in gioco nel processo di impeachment non è solo il mio mandato. Ciò che è in gioco è il rispetto per le elezioni, la volontà sovrana del popolo brasiliano, e la Costituzione. La posta in gioco sono i risultati degli ultimi 13 anni: i guadagni della popolazione, delle persone più povere e la classe media; protezione dei bambini; i giovani di arrivare a università e scuole tecniche; la valorizzazione del salario minimo; medici curanti della popolazione
Ciò che è in gioco è il futuro del nostro paese, l'opportunità e la speranza di un ulteriore movimento in avanti.

Senatori, nel sistema presidenziale come stabilito dalla nostra Costituzione, non è sufficiente perdere la maggioranza in parlamento per rimuovere un presidente. Ci deve essere un crimine di responsabilità. Ed è chiaro che non c'era tale crimine. [...] La verità è che il risultato elettorale 2014 è stato un colpo terribile contro i settori della élite conservatrice brasiliana. Dal momento dell'annuncio dei risultati elettorali, i partiti che sostenevano il candidato sconfitto alle elezioni hanno detto che le elezioni erano state truccate, hanno chiesto verifiche, hanno messo in discussione i miei conti, e dopo il mio insediamento, inesorabilmente hanno cercato qualcosa che poteva giustificare un processo di impeachment.

Come è tipico delle élite conservatrici e autoritarie, incapaci di accettare nella sovranità popolare la legittimazione di un governo. Volevano il potere a qualsiasi prezzo. Hanno fatto di tutto per destabilizzare me e il mio governo. La prospettiva di un impeachment è diventato il tema centrale dell'agenda politica e giornalistica solo due mesi dopo la mia rielezione, nonostante l'evidente mancanza di fondamento che giustifichi questa mossa radicale. [...]

Curiosamente, sarò giudicata, per delitti che non ho commesso
Si tratta di una azione deliberata che si basa sul complice silenzio dei settori dei media brasiliani.
La democrazia è violata e un innocente è punito. Questo è lo sfondo che segna il giudizio che si terrà per la volontà di coloro che hanno gettato pretesti infondati accusatorie contro di me. Siamo ad un passo dal consumare una perturbazione istituzionale seria. Siamo ad un passo da un vero e proprio colpo di Stato. [...]

E 'stato dimostrato che non ho intenzionalmente agito in nulla. Le azioni intraprese sono state interamente dedicate agli interessi della società. Essi non hanno ferito il tesoro o delle finanze pubbliche. Premetto ancora una volta, come ho fatto nella mia difesa per tutto questo tempo, che questo processo è guastato, dall'inizio alla fine, da sviamento di potere clamoroso. [...]

Non ho mai rinunciare a una lotta.
Ammetto che il tradimento, le aggressioni verbali, e la violenza mi hanno travolta e fatto male. Eppure questi brutti momenti sono stati di gran lunga superati dalla solidarietà, dal sostegno e dalla disponibilità a combattere di milioni di donne brasiliane e uomini in tutto il paese. Per mezzo di manifestazioni di piazza, incontri, seminari, libri, spettacoli, mobilitazioni su internet, la nostra gente sta resistendo per combattere il colpo di stato.

In questo periodo, le donne brasiliane sono state un baluardo fondamentale per la mia resistenza. Mi hanno coperto di fiori e mi ha protetto con la loro solidarietà. partner infaticabili in una battaglia in cui la misoginia e il pregiudizio hanno mostrato gli artigli, le donne brasiliane hanno espresso, in questa lotta per la democrazia ei diritti, la loro forza e la resistenza. Donne brasiliane coraggiose, che ho l'onore e il dovere di rappresentare come il primo presidente donna del Brasile.

Arrivare a questo stadio di questo processo impegnati a soddisfare una richiesta da parte della maggioranza dei brasiliani: chiamarli a decidere, nelle votazioni, circa il futuro del nostro paese. Il dialogo, la partecipazione e il voto libero e gratuito sono le armi che abbiamo per la salvaguardia della democrazia.
La mia mente è in pace. Non ho commesso alcun reato di responsabilità. Le accuse rivolte contro di me sono ingiuste e improprie. [...]

Nonostante le differenze, soffro di nuovo con la sensazione di ingiustizia e la paura che, ancora una volta, la democrazia dovrà essere condannata insieme a me. E non ho dubbi che, anche questa volta, saremo tutti giudicati dalla storia.
Due volte ho visto di fronte alla morte: quando sono stata torturata per giorni, sottoposta a maltrattamenti; e quando una malattia grave e estremamente dolorosa avrebbe potuto abbreviare mia esistenza.

Oggi ho paura solo per la morte della democrazia, per la quale molti di noi in questa sala plenaria hanno combattuto con i nostri migliori sforzi.

Ribadisco: io rispetto quelli che mi giudicheranno. Io non tengo alcun rancore per coloro che voteranno per la mia rimozione. Io rispetto e sono particolarmente affezionata a coloro che hanno combattuto così ferocemente per la mia assoluzione, a cui sarò eternamente grato."




La guerra neoliberale al Socialismo XXI
I governi progressiti dell'America Latina sono sotto attacco. L'Argentina e il Brasile, le due principali forze del continente, hanno sbandato a destra, e per farlo sono stati usati tutti i mezzi legali, a partire dai tradimenti, dalla corruzione e dalla bramosia di potere. La Bolivia, il paese socialmente più in crescita, deve gestire continue provocazioni e scontri armati, nei giorni scorsi è stato torturato e poi assassinato il vice ministro dell'interno.
Nel Venezuela post Chavez la guerra civile è ipotizzabile se l'opposizione non riuscirà, democraticamente, a sconfiggere il PSUV e i suoi alleati. In Ecuador il prossimo anno ci saranno nuove elezioni.
Il vicepresidente venezuelano, Aristobulo Isturiz, ha denunciato che in America Latina c'è "un processo di nuova colonizzazione con l'obiettivo di instaurare forze neoliberali nel potere e distruggere i governi progressisti". I settori della destra, con il sostegno statunitense, hanno deciso di aumentare i piani destabilizzanti in tutta l'area e la resistenza dell'ala progressista è tenace, ma al momento non sufficiente.

Il caso brasiliano ci rimanda al passato sudamericano, ai tradimenti per la conquista del potere.
Le oligarichie del latinoamerica e l'imperialismo USA stanno lottando per recuperare tutte le posizione perdute. Per farlo sono pronti ad usare ogni mezzo, democratico, militare o "falsamente" legale come dimostra il caso brasiliano.
Una donna, un partito, che ha sempre vinto regolarmente le elezioni con un ampio consenso popolare. Consenso che tutt'ora, nonostante l'attacco dei media, mantiene.
I golpisti non nascondono il loro progetto: distruggere il Socialismo XXI, prendere il potere.
Ma nonostante la battaglia persa, la resistenza non è morta. Il socialismo sudamericano ha di fronte una nuova sfida, difficile.
Capire i propri errori, e affrontare con più forza popolare i vecchi e nuovi nemici.
L'unità d'azione, la mobilitazione permanente, la lotta dura per non interrompere l'esperienza del Socialismo XXI.

Andrea 'Perno' Salutari

venerdì 12 agosto 2016

Il Partito Comunista Italiano è tornato

A Bologna, il 24-25-26 giugno 2016, è rinato il Partito Comunista Italiano, ci si è riappropriati di un pezzo di storia, la nostra. In queste settimane è partito il tesseramento e si sta costruendo l'organizzazione territoriale. Il segretario del nuovo Partito Comunista Italiano, Mauro Alboresi, nel suo intervento nell'Assemblea Costituente del giugno scorso ha elencato i punti principali del nuovo partito, nato da un lavoro collettivo di compagne e compagni diversamente collocati.
Qui sotto una sintesi programmatica tratta dal suo discorso del 26 giugno.

No alla Nato: no alla guerra, no alla NATO, una realtà che si connota sempre più come il braccio armato dell’imperialismo euro atlantico a guida americana, e che costa al  nostro paese oltre 85 milioni di euro al giorno. Così come sottolineiamo l’importanza dei cosiddetti BRICS ( Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) al fine di una dimensione multipolare di contro all’unilateralismo statunitense.

Un Piano B per l'Europa, il PCI non considera quest’Europa la nostra Europa, la consideriamo irriformabile, e la recente esperienza della Grecia dice molto al riguardo. Siamo indisponibili ad un’ulteriore cessione di sovranità, lavoriamo per un’alternativa, e nel documento politico in discussione diciamo molto al riguardo.  Noi proponiamo una diversa visione della cooperazione economica e politica, ragioniamo di un piano “B”, di un’alternativa rispetto a questa dimensione euro-atlantica, ed in tale ottica affrontiamo la stessa questione dell’Euro, da tanti definita “ moneta senza Stato”. Facciamo ciò ricercando la massima unità d’azione, proponendoci di aggregare il massimo possibile delle forze a livello europeo.

La classe operaia è finita all'inferno, il cosiddetto “pacchetto Treu”, la cosiddetta “legge Biagi” ed  in ultimo, in ordine di tempo, non certamente per portata,  il cosiddetto”job act”. Abbiamo bisogno di un sindacato che si propone di intervenire sulle cause che determinano i processi, non che si  limita a ridurne, ad ammortizzarne  gli effetti, in un processo senza fine, come dimostrano i tanti esempi possibili. Noi sosteniamo la campagna referendaria, le proposte messe in campo dalla CGIL in materia di lavoro, appoggiamo le lotte dei lavoratori, ci battiamo per unificare la classe lavoratrice, perchè i sindacati tornino ad essere quel soggetto che abbiamo conosciuto. Per fare questo serve stare nel mondo del lavoro, nel sindacato, da  comunisti,  ed a ciò dovremo dedicare molta attenzione in prospettiva.

Il PD è un nemico, non è di sinistra, dichiara di sinistra politiche che in realtà sono di destra.  Noi dobbiamo parlare a tanta parte della base del PD, non a tutta, ai  tanti che in essa si considerano di sinistra, addirittura comunisti ( nonostante il dichiararsi tali senza fare parte di un partito comunista sia  una sorta di contraddizione in termini), non al PD in quanto partito, perché esso è un nostro avversario politico. Noi siamo alternativi al Partito Democratico!

Fuori dalla crisi, noi non ci arrendiamo,  dalla crisi si deve, si può uscire da sinistra, nonostante tanto di quello che accade, in Europa ed in Italia, evidenzi  la tendenza di una uscita a destra dalla stessa (la riproposizione dei nazionalismi, l’aumento della xenofobia, la ripresa del razzismo, la costruzione di muri e barriere sono di ciò emblematici). Per ritornare ad essere percepiti come utili alla vita delle persone, per ricostruirsi, occorre riassumere la materialità dei problemi, la centralità del lavoro, riconnettersi con esse, ridarvi speranza, futuro.
Ricostruire il Partito Comunista, la distinzione tra destra e sinistra ha un senso, eccome, così come lo ha la distinzione tra l’essere di sinistra e l’essere comunisti, e noi siamo comunisti! Lo siamo  perché propugniamo un’alternativa di sistema, perché non ci accontentiamo di una pur importante alternativa di governo. Proporsi di ricostruire il Partito Comunista, nel quadro ampio della sinistra di classe, di un fronte democratico contro la guerra, quindi, non è uno slogan, è una necessità. E’ una linea priva di un’alternativa credibile se si ha  l’obbiettivo della pace, dell’uguaglianza, del superamento delle varie forme di sfruttamento vigenti, se si vuole rimettere in campo una prospettiva, immaginare un futuro che non sia il progressivo precipitare della condizione dei più, che dopo questi lunghi anni all’insegna del mercato si ritrovano più poveri, insicuri, soli.

Una forza comunista, capace di confrontarsi con la sinistra, con le forze sane del Paese, senza rinunciare alla propria sovranità sulle questioni di fondo, tesa a ricercare la massima sintesi unitaria possibile. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: siamo per  la massima unità a sinistra, ma propugniamo forme unitarie che non richiedono alle sue componenti la rinuncia all’autonomia politica ed organizzativa. Si ad un soggetto unitario, no ad un soggetto unico! La proposta che avanziamo è di dare vita ad un fronte unitario della sinistra, ed in relazione ad essa, nelle prossime settimane, ricercheremo il più ampio confronto possibile. Puntiamo a ricostruire un soggetto comunista al passo con i tempi  (non intendiamo “scimmiottare” il PCI che abbiamo conosciuto), che sappia fare tesoro della parte migliore della storia del movimento comunista italiano ed internazionale.
Conflitto capitale lavoro, portare nello scontro sociale e nella dialettica politica una visione generale delle contraddizioni dello sviluppo capitalistico, rappresentare la prospettiva storica del socialismo e del comunismo quale risposta alla crisi di civiltà nella quale sta precipitando il capitalismo. Puntiamo ad un soggetto strutturato, capace di raccogliere organicamente le forze attorno ad un progetto politico ed organizzativo chiaro sul piano dell’identità,  dei riferimenti internazionali, degli interessi di classe che intende rappresentare, dei simboli, delle scelte strategiche, etc

Più Stato, meno mercato, abbiamo chiara la necessità di rilanciare il ruolo dello Stato nell’economia e nella finanza. Noi siamo per una sanità pubblica, gratuita, di qualità, e diciamo no alla compartecipazione alla spesa da parte dell’utenza, no ai ticket! Vogliamo riaffermare il diritto alla salute, lo stesso non può essere subordinato alle condizioni economiche dei singolo, la sanità deve essere pagata con la fiscalità generale. Noi diciamo che occorre  una scuola pubblica, gratuita, di qualità: non è una buona scuola quella che ci hanno proposto, tutt’altro! Noi vogliamo che la scuola, l’università, la cultura ritornino ad essere un diritto per tutti e non una questione per pochi, di censo. Tutti debbono potere aspirare ad essere parte della classe dirigente di domani, non possiamo consentire che l’attuale riproduca semplicemente se stessa. Questa dimensione ideale, ideologica, programmatica, ci chiama ad un grosso sforzo relativamente a ciò che dobbiamo essere, a ciò che deve essere il Partito, la sua struttura.
Rifondare il PCI perchè serve un partito che sappia fare leva sempre più sull’intelligenza  collettiva, capace di ridare protagonismo, di coinvolgere chi non si rassegna. Siamo costretti, oggi, ad essere un partito di quadri e di militanti, ma coltiviamo l’ambizione di potere esercitare presto un’ influenza di massa,  di divenire un partito di massa. Ecco perché la costituente per la ricostruzione del  Partito Comunista. Noi non guardiamo indietro ma avanti, il nostro non è un punto di arrivo ma di ripartenza. Facciamo tale scelta perché sono i fatti che dimostrano, per dirla con uno slogan conosciuto, che “non c’è lotta non c’è conquista senza un forte Partito Comunista”

Per info e contatti: http://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/

Andrea 'Perno' Salutari

domenica 24 luglio 2016

La classe operaia voterà Donald Trump.

Donald Trump sarà il candidato alla Presidenza degli Stati Uniti d'America per il Partito Repubblicano.

Nel suo discorso inaugurale, Donald Trump, in 75 minuti ha esposto i punti principali della sua campagna elettorale.
"La sicurezza verrà ripristinata", negli Usa ci sono "180mila immigrati clandestini con precedenti penali, già destinati all'espulsione dal nostro Paese, che circolano oggi liberamente e minacciano cittadini inermi"

L'economia verrà rilanciata, "quattro su dieci bambini afro-americani vivono in povertà, mentre il 58% dei giovani afro-americani è disoccupato. Fra i latino-americani ci sono oggi due milioni in più in povertà rispetto al momento in cui il presidente Obama è entrato in carica"

E' in politica estera l'attacco più feroce. Per Trump "L'America è molto meno sicura e il mondo molto meno stabile da quando Obama ha deciso di nominare Hillary Clinton responsabile della politica estera americana. Nel 2009, pre-Hillary, l'Isis non esisteva nemmeno. La Libia era un Paese che collaborava. L'Egitto era in pace. L'Irak incominciava a vedere una riduzione della violenza. L'Iran era strangolato dalle sanzioni. La Siria era sotto controllo. Dopo quattro anni di Hillary Clinton, con che cosa ci ritroviamo? L'Isis si è propagata in tutta la regione e in tutto il mondo. La Libia è in rovina, il nostro ambasciatore e i suoi uomini sono stati lasciati morire nelle mani di selvaggi assassini. L'Egitto è ritornato alla radicale Fratellanza musulmana, costringendo l'esercito a riprendere il controllo. L'Irak è nel caos. L'Iran si incammina verso le armi nucleari. La Siria è ingolfata in una guerra civile e in una crisi di rifugiati, che ora minaccia l'Occidente. Questa, l'eredità di Hillary Clinton: morte, distruzione e debolezza nelle decisioni"

La chiusura delle frontiere sarà una realtà, per Trump "dobbiamo immediatamente sospendere l'immigrazione da ogni nazione che si sia compromessa con il terrorismo, fino al momento in cui non saranno stati messi in atto dei collaudati e accurati meccanismi di controllo [..] Io voglio ammettere nel nostro paese soltanto individui che sostengano i nostri valori e che amino la nostra gente. Chiunque avalli violenza, odio o oppressione, non è il benvenuto nel nostro paese e non lo sarà mai. Decenni di immigrazioni record hanno dato come risultato meno introiti da tassazione e più disoccupazione per i nostri connazionali, soprattutto tra i lavoratori afro-americani e ispanici. Avremo un sistema di immigrazione che funziona, ma che funziona soprattutto per gli americani"

Fermare l'immigrazione ad ogni costo, fino a costruire "un grande muro di confine per fermare l'immigrazione clandestina, per fermare le bande armate e la violenza, per fermare l'afflusso di droghe nelle nostre comunità. Mettendo fine alla politica di catture e rilasci sui nostri confini, fermeremo il ciclo della tratta di esseri umani e della violenza. L'attraversamento illegale dei nostri confini diminuirà. La pace verrà restaurata"

Trump promette che se vincerà lui il "popolo americano tornerà di nuovo al primo posto. Il mio programma inizierà con la sicurezza a casa nostra, che significa aree sicure, confini protetti e difesa dal terrorismo. Non ci può essere prosperità senza rispetto della legge e senza ordine. Quanto all'economia, indicherò le riforme previste per aggiungere milioni di nuovi posti di lavoro e migliaia di miliardi in nuova ricchezza, che sarà utilizzata per ricostruire l'America"

Un presidente che si presenta antisistema, "Nessuno meglio di me - conclude Trump - conosce il sistema, e questo spiega perché soltanto io posso correggerlo. Ho visto in prima persona come il sistema è manipolato a danno dei nostri cittadini, proprio come lo era contro Bernie Sanders, che non ha mai avuto un'occasione per farsi ascoltare. Ma i suoi sostenitori si uniranno al nostro movimento, perché noi affronteremo il suo più grande argomento: il commercio. Milioni di democratici aderiranno al nostro movimento, perché noi riaggiusteremo il sistema, in modo che funzioni per tutti gli americani"
Il discorso finisce con un messaggio forte: "sono con voi, combatterò per voi e vincerò per voi. Faremo di nuovo grande l'America. Renderemo di nuovo forte l'America. Renderemo di nuovo orgogliosa l'America. Renderemo di nuovo sicura l'America. E renderemo di nuovo grande l'America"



A sinistra, Noam Chomsky,  ha analizzato il cosenso popolare del repubblicano. Su Quora ha risposto alla domanda: “Ma perché Donald Trump sta avendo tutto questo successo?
Il linguista americano spiega perchè il repubblicano riscuote consenso nella popolazione bianca meno istruita e nella classe operaia: sono persone arrabbiate e deluse. Si sentono abbandonate e sono furiose per essere state emarginate dalla politica statunitense e impoverite dai programmi neoliberarli dei governi precedenti, da Clinton ad Obama. E' cresciuta la diseguaglianza e la povertà, "Circa cinque milioni di bambini muoiono di fame ogni giorno, più o meno più di 500 all’ora, nonostante i suoi primati unici, secondo molti parametri di povertà e giustizia sociale gli Stati Uniti si collocano in fondo tra i Paesi Ocse, insieme a Grecia, Messico e Turchia". "I ricchi globali - conclude Chomsky - vivono in un mondo diverso rispetto al resto della popolazione"

Quando la realtà supera l'ironia. Un discorso che può convincere la classe operaia a votare Trump e che strizza l'occhio all'elettorato di sinistra di Sanders. Una narrazione propagandistica che fa breccia nel cuore del proletariato americano, che promette posti di lavoro in salsa berlusconiana, che sfrutta la paura per il terrorismo islamico e usa l'odio verso gli immigrati che non riescono ad integrarsi.
Trump vincerà perchè la sinistra americana non si sente in nessun modo rappresentanta dal Partito Democratico e dalla Clinton. E se Chomsky avesse ragione? La classe operaia voterà Trump.

Andrea 'Perno' Salutari

domenica 17 luglio 2016

Turchia. Un golpe pilotato verso una dittatura elettiva

Nella notte tra il 15 e il 16 luglio l'esercito turco ha dichiarato un colpo di stato, prendendo subito di mira la televisione di Stato. Nel web sono girate le prime immagini d'impatto, come i carri armati sui ponti del Bosforo di Instanbul. Un golpe inatteso, ma da alcuni sperato, come testimoniano alcune immagini.
E' stato un golpe strano, atipico, teatrale. Nessun vertice politico è stato arrestato o ucciso, erano tutti liberi. Nessun ostaggio.
Nessun partito dell'opposizione, a partire dal partito socialdemocratico di Kilicdaroglu, ha sostenuto il golpe. Sia il CHP che le forze di sinistra e filo-curde si sono espresse a favore della democrazia e contro il colpo di stato.
Tutte le forze politiche, di governo e di opposizione, parte della popolazione turca, la Polizia di Stato, buona parte dell'esercito, tutti uniti contro il golpe. Una frattura evidente che ha mostrato dopo poche ore la fragilità degli insorti, i quali rivendicavano il fatto di aver presto il potere "per proteggere la democrazia e ristabilire i diritti civili" per la "restaurazione dell'ordine costituzionale, della democrazia, dei diritti umani e delle libertà, garantendo che la legge regni di nuovo nel Paese", come già riportato su Patria del Ribelle News (1)

Un problema interno al AKP
Il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, il partito conservatore di tendenza islamista di Erdogan, da mesi sta combattendo una lotta di potere tutta interna.
Uno scontro tra la corrente islamista più istituzionale e tradizionale capeggiata da Erdogan, e quella più eversiva legata al magnate turco-americano Gulen.
Per molti leader dell'occidente Erdogan viene considerato inaffidabile per gli interessi economici e soprattutto dannoso per l'immagine di uno stato "democratico" che dovrebbe entrare nell'Unione Europea.

La politica estera del nuovo premier Yildirim
Fedelissimo di Erdogan, eletto pochi mesi fa. Le prime mosse politiche sono tutte estere.
Ha intensificato la repressione contro i curdi, ed è riuscito con abilità a ricostruire la pace con Israele. Con una lettera di scuse si è riappacificata, seppur solo formalmente, con la Russia dopo la questione dell'abbattimento del cacciabombardiere. Ed infine si è riavvicinato alla Siria di Assad, dopo che in tutti questi anni hanno fatto affari politici ed economici con i terroristi dell'Isis che stanno combattendo sul suolo siriano. Il tutto tentando di rafforzare, e non perdere, l'alleanza con gli Stati Uniti.

Il capro espiatorio: Gulen
Per il governo e parte degli opinionisti, il golpe è stato influenzato o addirittura pianificato dal sunnita che vive in esilio negli Stati Uniti. Il governo americano ha richiesto le prove al governo turco della sua presunta colpevolezza nella vicenda, per ora non ne è arrivata nessuna.
Gulen avrebbe, anche a distanza, un controllo sociale nelle università, nelle scuole, nell'esercito e nella magistratura.
L'uomo che avrebbe pianificato il golpe in realtà sarebbe stato Akin Öztürk, già arrestato. Ma per molti Öztürk è legato a Gulen.

La reazione brutale di Erdogan
Pena di morte, più di 3000soldati arrestati e in alcuni casi già uccisi, rimozione di quasi 3000mila giudici, sono le prime mosse del presidente.
Alcuni quotidiani, come l'Independent, il Mirror e la Bbc stanno mostrando immagini forti, a partire dal video, già rimosso e da verificare, con un soldato decapitato.
Circolano molte immmagini di pestaggi collettivi, con i laghi di sangue al grido: “allahu akbar” (Dio è grande).
Un governo che molti definiscono fascista, dove le opposizioni, molte, sono incarcerate, dove il giornalismo indipenente è spesso sotto censura, con una repressione verso i curdi terrificante. La reazione al golpe da parte dei lealisti è stata brutale. Si parla di torture e linciaggi.
La Merkel - in una nota - ha esortato a trattare i golpisti nel rispetto dello stato di diritto.
Come avevo già scritto nel mio articolo: Fallito il golpe turco. Cosa c'è dietro?; Erdogan aveva già annunciato che avrebbero "usato la forza contro la forza" e chi ha cercato di rovesciare il governo avrebbe pagato "il prezzo più alto". Lo stiamo vedendo.

Ma chi ha organizzato il golpe veramente?
Le ipotesi principali sono due, ma in realtà sono molte di più.
Potrebbe essere stato davvero, come afferma il governo turco, un golpe pensato da Gulen, che a quanto accusa Erdogan si è infiltrato nella giustizia, nella polizia, nell'esercito e anche nei servizi segreti. Un uomo molto vicino agli Stati Uniti, dove ora vive.

C'è anche lo scenario, poco probabile, che dietro al golpe ci sia il gruppo dei kemalisti, sostenitori della laicità del paese.

L'ipotesi che sta avendo più consenso è invece quella dell'autogolpe, un teatrino di Erdogan che un po' vorrebbe ricordare l'incendio del Reichstag di hitleriana memoria. Sbarazzarsi degli oppositori, rafforzare il potere, ed incrementare la repressione. Le risposte violente di questi giorni potrebbero confermarlo, il tutto con la legittimità internazionale e il consenso poppolare. Erdogan - riferendosi al golpe - ha parlato di "un dono di Dio". Ma a quale Dio si sta riferendo? A se stesso?


Il comunicato del Partito Comunista di Turchia

Non c’è alternativa al di fuori del popolo.
Non abbiamo tutti i dettagli di quello che è successo durante il tentativo di colpo di stato che ha avuto luogo in Turchia nelle ore tra il 15 luglio e il 16 luglio. Tuttavia, sappiamo molto bene che i piani che sono supportati da forze straniere, che non traggono potere dalla classe operaia non possono sconfiggere i piani oscuri dell’ AKP e risolvere i problemi della Turchia. Gli eventi di oggi ci hanno ricordato le seguenti realtà, ancora una volta: o il popolo turco si organizzerà per sbarazzarsi di AKP o le politiche reazionarie dell’Akp si intensificheranno, la repressione aumenterà, i massacri, il saccheggio e i furti continueranno. L’unico potere che può rovesciare AKP è il potere del popolo, non c’è alternativa ad esso. AKP è responsabile di tutto ciò che ha avuto luogo questa sera. Tutti i fattori che hanno portato alla situazione attuale e le condizioni sono il prodotto del modo di governare dell’AKP e dei padroni nazionali ed internazionali che supportano AKP. Tuttavia, il fatto che il principale responsabile è AKP non significa che il tentativo di colpo di Stato sia stato orchestrato direttamente da Erdogan se stesso, al fine di raggiungere i suoi obiettivi come ad esempio aprendo la strada verso una presidenza esecutiva o cancellando gli ostacoli di fronte alla nuova costituzione. La tensione e le rivalità tra i diversi gruppi all’interno dello Stato e le forze armate che sono note per un po’ si sono trasformate in un conflitto armato. Mentre la tensione tra queste forze è vera, è una menzogna che una delle due parti in questo conflitto rappresenti gli interessi del popolo. Per ciò, cercare la soluzione contro il dominio dell’AKP in un colpo di stato militare è sbagliato come prestare il proprio sostegno alla AKP con il pretesto di prendere una posizione contro il colpo di stato militare per qualsiasi motivo. L’ultima cosa che si dovrebbe fare nel nome della libertà e dei diritti umani in Turchia è dare sostegno all’AKP che ha dato prova più e più volte di essere un nemico dell’umanità.
Anche se non hanno orchestrato questo colpo di stato, Erdoğan e AKP faranno ogni sforzo per utilizzare le condizioni risultanti e il sostegno che hanno ricevuto come mezzo per aumentare la loro legittimità. Il nostro popolo deve essere in allerta contro le misure che AKP certamente prenderà  nei giorni a venire. Aumentare la lotta contro l’AKP e i suoi piani oscuri è l’unico modo per evitare che il blocco di questo tentativo di colpo di stato fallito si trasformi in un conseguente consolidamento del governo dell’AKP e sia utilizzato come uno strumento per trasformare la l’instabilità della Turchia dell’AKP in stabilità. Il fatto che tutte le moschee in Turchia hanno trasmesso una continua propaganda in favore di Erdogan tutta la notte è un’indicazione concreta dell’urgenza del nostro compito che è nelle nostre mani.  (2)


Dichiarazione del KCK (curdi) sul tentativo di colpo di stato in Turchia
La Co-Presidenza del Consiglio Esecutivo del KCK ha rilasciato una dichiarazione relativa al tentativo di colpo di stato in Turchia.

La dichiarazione afferma che: “C’è stato un tentativo di colpo di stato messo in atto da persone la cui identità e le cui motivazioni non sono ancora chiare. Cattura l’attenzione il fatto che questo tentativo arriva in un momento in cui Erdogan, secondo quanto riferito, stava per incaricare generali vicini a lui durante l’incontro del consiglio militare che avrebbe dovuto svolgersi a breve. Il fatto che questo tentativo di colpo sia stato messo in atto all’interno di un processo che testimonia discussioni sulla politica estera del governo fascista AKP è un’altra caratteristica di questo colpo.”

TENTATIVO DI COLPO DI STATO E’ PROVA DELLA MANCANZA DI DEMOCRAZIA
Nella dichiarazione del KCK si legge: “Non è rilevante all’interno di quali fattori e di quali obiettivi politici, interni o esterni, e per quale ragione una lotta di potere viene intrapresa: in questo caso non si tratta di difendere o non difendere la democrazia. Al contrario, questa situazione è la prova di mancanza di democrazia in Turchia. Tali lotte di potere e tentativi di afferrare il potere non appena se ne presenti l’opportunità sono osservati nei paesi non democratici dove un potere autoritario provoca colpi di stato per rovesciare un altro potere autoritario quando le condizioni sono propizie. Questo è quello che è successo in Turchia.

UN COLPO DI STATO E’ STATO MESSO IN SCENA ALLE ELEZIONI DEL 7 GIUGNO
Un anno fa, Tayyip Erdogan e la Gladio del Palazzo inscenarono un colpo di stato a seguito deli risultati delle elezioni del 7 Giugno portandosi dietro il MHP, tutti i fascisti, i poteri militari nazionalisti identificati come Ergenekon e una parte dell’esercito. Questo fu un colpo operato dal potere del palazzo contro la volontà democratica del popolo manifestata dal voto della gente. Il fascismo dell’AKP fece un’alleanza con tutte le forze di stampo fascista e con una parte dell’Esercito incluso il Capo della Difesa al fine di sopprimere il Movimento di Liberazione Kurdo e le forze democratiche. Il fascismo dell’AKP condusse l’Esercito nelle città e nei villaggi curdi, fece incendiare le città radendole al suolo e massacrò centinaia di civili. Inoltre, emanò leggi per invalidare i processi dei militari per dei crimini da loro commessi.

TENTATIVO DI COLPO DI STATO DI UNA FAZIONE MILITARE CONTRO UN’ ALTRA FAZIONE MILITARE
E’ già esistita una tutela militare prima del tentativo di colpo di stato fatto ieri; e questo caratterizza il caso attuale un tentativo di golpe operato da una fazione contro la fazione militare esistente. Questa è la ragione per cui coloro che vogliono che l’esercito insceni un colpo di stato, finora avevano accettato l’esistenza di una tutela militare e si erano schierati accanto ad Erdogan. Il fatto che il MHP e le cerchie nazionaliste e scioviniste si siano affiancate alla Gladio del Palazzo e i ai suoi alleati fascisti ha rivelato piuttosto chiaramente che non si tratta affatto di un incidente nella lotta tra coloro che parteggiavano per la democrazia e coloro che la osteggiavano.

RITRARRE ERDOGAN COME DEMOCRATICO DOPO IL TENTATIVO DI COLPO DI STATO E’ UN APPROCCIO PERICOLOSO
Raffigurare Tayyip Erdogan, o la dittatura fascista dell’AKP come se fossero democratici a seguito di questo tentativo di colpo di stato è un approccio anche più pericoloso del colpo di stato in sé. Immaginare la battaglia per il potere tra forze autoritarie, dispotiche e anti-democratiche come una lotta tra sostenitori e nemici della democrazia servirebbe solo a legittimare l’esistente governo di stampo fascista e dispotico.

LE FORZE DEMOCRATICHE NON SI SCHIERANO CON NESSUNO DEI DUE CAMPI
La Turchia non ha un gruppo di civili al potere né una lotta di forze democratiche contro i cospiratori. La lotta attuale è per colui che dovrebbe guidare il sistema politico attuale che è, a sua volta, il nemico della democrazia e del popolo kurdo. Perciò, le forze democratiche non si schierano per nessuno dei due campi durante questi scontri.

SE SI TRATTASSE DI UN COLPO DI STATO CONTRO LA DEMOCRAZIA SAREBBE PROPRIO QUELLO PORTATO AVANTI DAL PARTITO FASCISTA AKP
Se ci fosse un colpo di stato contro la democrazia sarebbe da identificare con quello condotto dal governo fascista AKP. Il controllo del potere politico sopra quello giudiziario, l’incremento di leggi e politiche fasciste approvate dalla maggioranza parlamentare, la revoca delle immunità dei parlamentari, l’arresto di sindaci, la rimozione coatta di sindaci e co-sindaci dalle loro posizioni, l’imprigionamento di migliaia di politici appartenenti all’HDP e al DBP: sono queste le azioni che costituiscono più che un colpo di stato. Il popolo kurdo si trova sotto un attacco genocida, fascista e colonialista.

IL GOVERNO AKP HA TRASCINATO LA TURCHIA IN QUESTI SCONTRI
Quello che ha portato la Turchia a questo stato è il governo AKP che ha trasformato il suo governo in una guerra contro il popolo kurdo e le forze della democrazia. Con il suo carattere egemonico, assolutistico e antidemocratico ha tenuto la Turchia in stato di caos e nel conflitto. Con la sua guerra contro il popolo curdo e contro le forze democratiche ha portato la Turchia ad uno stato di guerra civile. Il recente tentativo di colpo di stato mostra che la Turchia ha bisogno di liberarsi dal governo fascista dell’AKP e avere un governo democratico. Gli ultimi sviluppi spingono con urgenza affinché la Turchia si democratizzi e si liberi da questo governo egemonico e fascista.

All’interno di questo quadro, le forze democratiche dovrebbero prendere posizione contro la legittimizzazione delle politiche del governo fascista dell’AKP mascherate come “democratiche” e dovrebbero creare un alleanza democratica che avvierebbe un processo realmente democratico in Turchia. Questo tentativo di colpo di stato ci impone di non frenare la lotta contro il fascismo dell’AKP ma al contrario potenziarla affinché il caos e gli scontri in Turchia cessino ed emerga una nuova e democratica Turchia. (3)


Una dittatura elettiva
Erdogan, simbolo della democrazia del XXI secolo?
Le nuove epurazioni già annunciate nelle forze armate hanno accellerato un golpe così male organizzato? O forse semplicmente sono caduti in una trappola governativa? Nessuno può escluderlo al momento.
Ma il sospetto di un golpe pilotato, organizzato dallo stesso governo per rafforzarsi, è molto più probabile.
Erdogan è più legittimato di prima nella sua repressione, sia contro le forze esterne come i curdi, sia contro le forze di sinistra, ma soprattutto nelle opposizioni interne: nel partito, nell'esercito, nelle università, nell'amministrazione sociale. Potrà infine cambiare la costituzione, trasformare la Turchia in una Repubblica presidenziale, o forse dovremmo dire, in una dittatura elettiva. Dopo essere stato vittima di un golpe militare potrà apparire un leader democratico, eletto da un popolo che ora potrebbe sostenere ogni sua richiesta iper presidenzialista con il prossimo referendum.
Erdogan è più forte e pericoloso che mai. Un golpe, che ancora una volta, riporterà ai piedi dell'Europa, il ricordo del nazismo mentre l'Europa resta immobile a guardare.

Andrea 'Perno' Salutari

venerdì 8 luglio 2016

III Forum Internazionale No Euro

No Euro Internazional Forum

Il Coordinamento riunisce partiti politici e movimenti popolari che considerano principi non negoziabili la libertà, l’uguaglianza sociale e la fratellanza fra i popoli. Questo è il motivo per cui ci opponiamo alla globalizzazione neoliberista, che si basa sui dogmi opposti del governo dispotico di una élite oligarchica, sul culto della concorrenza selvaggia, sulla crescita delle ingiustizie sociali, sulla soppressione della sovranità nazionale a favore di regimi imperiale.
L’Unione europea, con la sua moneta unica, rappresenta il tentativo più avanzato e pericoloso mai messo in atto da queste élite oligarchiche.
La crisi irreversibile dell’Unione europea spinge le classi dominanti ad esacerbare le politiche austeritarie e antipopolari. Non c’è modo di riformare questa Unione reazionaria e imperialista. Essa va demolita, sostenendo tutti i movimenti di emancipazione sociale.
Il nostro Coordinamento si considera uno spazio aperto per discutere le possibili alternative alla globalizzazione e all’Unione europea, e uno strumento per l’azione e per riconsegnare ai popoli la loro piena sovranità.


L'appello
Il tradimento da parte delle istituzioni dell’Unione europea dei conclamati principi di giustizia, fraternità, libertà, cooperazione, solidarietà e pace, si è consumato negli accordi con i governi del Regno Unito e della Turchia. La maschera è caduta. La vera natura è alla luce del sole.

Solo piccole minoranze, mentre l’Unione europea prendeva corpo, denunciarono la “assurdità” di una moneta unica per economie profondamente diseguali, e di istituzioni comuni per società diversissime. Il regime monetario è oggi fondato sul monopolio dell’emissione monetaria da parte di un sistema sovranazionale iper-finanziarizzato che specula contro gli Stati ed i popoli.

In verità ciò che sembrava “assurdo” aveva una sua razionalità: la demolizione degli stati nazionali rispondeva agli interessi convergenti delle diverse borghesie, anzitutto dei grandi agglomerati transnazionali, sia finanziari che industriali, da tempo strettamente interconnessi fra loro.

La narrazione europeista camuffava la tradizionale ideologia liberista (scolpita a caratteri cubitali nei Trattati costitutivi dell’Unione) secondo cui nessuna ingerenza di natura politica sui mercati è ammessa, ogni ostacolo alla dittatura del capitale sul lavoro abbattuto, nessun limite deve contrastare la libertà di movimento dei capitali, tutto ciò che è di proprietà pubblica va privatizzato.

La gran parte delle sinistre europee sono colpevoli per aver qualificato e difeso come progressista questa costruzione reazionaria. È stato un tradimento inaudito degli interessi e delle aspirazioni delle classi popolari. Si è trattato di un secondo “4 agosto” — quando nel 1914 i partiti socialdemocratici tradirono il principio della pace e votarono a favore della guerra fratricida —, compiuto in nome di un cosmopolitismo imperialista gabellato cinicamente per internazionalismo.

Sotto i colpi della grande tempesta finanziaria venuta dagli Stati Uniti, l’Unione europea è stata sull’orlo dell’implosione. Questa è stata evitata in extremis ricorrendo a dispositivi d’emergenza i cui durissimi costi sociali sono stati scaricati sulle spalle delle classi lavoratrici e dei popoli dei paesi cosiddetti “maiali” e/o “periferici”.

AteneQuesti popoli hanno tentato di resistere al massacro sociale in diverse maniere, con grandi ondate di mobilitazione dal basso o attraverso le urne, portando alla ribalta nuovi movimenti e partiti politici. Questi, a volte senza alcun ancoraggio ideologico, spesso trasversali e socialmente compositi, hanno incarnato non solo il rifiuto delle politiche di austerità e dei meccanismi di rapina neoliberisti, ma anche l’aspirazione a riconquistare le sovranità nazionali e popolari perdute, tradite o sequestrate.

Le operazioni di “salvataggio” austeritarie dell’Unione europea portate avanti nei paesi membri hanno avuto effetti distruttivi. In realtà, i processi in corso indicano che la Ue e l’euro sono in via di dissoluzione. I tentativi delle classi dominanti di scongiurare questa dissoluzione potranno solo prolungarne l’agonia. La fine della Ue è incontrovertibile. Le élite europeiste, ogni giorno più contestate dai popoli, lasceranno il posto alle forze sociali e politiche del cambiamento, quelle che domani saranno chiamate a guidare le diverse nazioni tornate sovrane.

Queste forze hanno natura di classe e scopi diversi tra loro, in alcuni casi opposti. Mentre in alcuni paesi avanzano partiti della destra reazionaria e xenofoba (alcuni ancor più liberisti e antidemocratici di chi oggi governa), in altri si vanno rafforzando movimenti politici di massa che aspirano a più democrazia e alla riduzione delle ineguaglianze. È con questi ultimi che può essere costruito un fronte unito per rompere la prigione europea, ristabilire la democrazia e la giustizia sociale, e consegnare ai popoli la loro sovranità e la loro indipendenza.

Sappiamo che la liberazione non sarà una passeggiata. Si è visto in che modo in Grecia lo Stato è stato privato della sua sovranità e come il popolo greco è stato trasformato in una massa di individui senza alcun diritto. Si è visto il terrorismo che esercitano le istituzioni capitaliste neoliberali sovranazionali. I popoli hanno bisogno di partiti politici che abbiano coraggio, idee e obbiettivi chiari, al contrario di quanto mostrato da Syriza. I popoli otterranno la loro liberazione solo portando fino in fondo i processi di rivoluzione democratica. In caso contrario il combinato disposto della crisi della globalizzazione capitalista e del collasso dell’Unione e dell’Eurozona condurrà a una nuova barbarie.

Il III. Forum internazionale vuole essere un luogo aperto di discussione e confronto tra le diverse forze democratiche e popolari e, speriamo, di elaborazione di una strategia comune, così da gettare le fondamenta della futura alleanza internazionalista dei popoli e delle nazioni sulla base dell’uscita dall’Unione europea, dall’Euro e dalla Nato. Davanti alla mondializzazione neoliberale un processo di de-mondializzazione deve essere concepito e messo in pratica in ciascuno dei nostri paesi.

Per partecipare a questo grande compito, ti invitiamo a prendere parte al III. Forum che noi organizziamo.

Il Programma
Venerdì, 16 settembre

Assemblea plenaria di apertura – Ore 10:00/12:30

Unione Europea: Perché non può essere riformata, perché dev’essere smantellata

Tavole rotonde – ore 15:30/19:00

1. Tavola Rotonda: Germania: Le differenti opposizioni alla moneta unica
2. Tavola Rotonda: Spagna: Le sinistre spagnole davanti al dilemma della Ue e dell’euro
3. Tavola Rotonda: Grecia: Come hanno fatto sparire uno Stato-Nazione

Ore 21:30 /23:30

4. Tavola rotonda: Brexit

Sabato 27 settembre

Tavole rotonde – ore 09:30/12:30

5. Tavola rotonda: Francia: Alleanze per la de-globalizzazione
6. Tavola Rotonda: Come reagire alla minaccia di una nuova tempesta finanziaria mondiale
7. Tavola Rotonda: Italia: Chi guiderà l’uscita dall’euro?

Tavole rotonde – ore 15:30/19:00

8. Tavola Rotonda: Europa dell’Est e del Nord: le resistenze alla dominazione  euro-tedesca
9. Tavola Rotonda: Il Populismo: anatema o risorsa per il cambiamento democratico?
10. Tavola Rotonda: Euro-oligarchia, sovranità nazionale e democrazia

Ore 21:30 /23:30

11. Tavola Rotonda: L’Immigrazione e la fine di Schengen

Domenica 28 settembre

Ore 09:30/12:30

Assemblea plenaria conclusiva
Strategie e Alleanze per la Liberazione dei Popoli


Per tutte le info: No Euro International Forum

martedì 28 giugno 2016

Appunti critici sul Partito Comunista Italiano 2.0

E' nato, è rinato. In Italia torna il Partito Comunista Italiano. Si, non è il vecchio PCI. Gramsci, Togliatti, Berlinguer non ci sono più, il socialismo reale è franato, l'Europa e il mondo sono cambiati. Non sono mutati  i problemi. Povertà, diseguaglianze, disoccupazione, guerre. Siamo passati dalla guerra fredda, dal mondo bipolare, al pensiero unico neoliberale, all'egemonia statunitense, e al pericolo degli Stati Uniti d'Europa delle banche.
In tale contesto rinasce il Partito Comunista Italiano con l'obiettivo di riunire i comunisti ovunque collocati e ridare entusiasmo ad una lotta mai finita. Quella per la giustizia sociale e il socialismo.

Ma da dove nasce il nuovo PCI?
Dalla volontà del Partito dei Comunisti Italiani e grazie all'associazione Ricostruire il Partito Comunista. Un lavoro lungo, che iniziò quasi 10 anni fa. Troppo timidamente. In questi ultimi due anni hanno lavorato duro, con fatica, con impegno. Assemblee territoriali città per città, per ricostruire un progetto comunista e il più possibile unitario. Il PdCI si è sciolto, una parte di Rifondazione ha aderito e tanti compagni senza tessera hanno deciso di tornare a fare politica. Tutto questo è l'inizio del nuovo PCI. Un inizio stimolante e attraente mediaticamente, ma con diverse criticità che solo il tempo maturerà.

E' stato formato un Comitato Centrale composto da 157 membri.
Il primo segretario del nuovo PCI è Mauro Alboresi, ex operaio metalmeccanico, ora responsabile sindacale della Camera del lavoro di Bologna.
Il segretario ha già dichiarato di voler lanciare "una campagna per la sanità pubblica e gratuita", ha attaccato l'Europa "Noi siamo favorevoli alla Brexit, l'Europa è dei poteri forti" e ha già detto “No all’Italia nella NATO”.
In segreteria dovrebbero esserci, tra i tanti, l'ex Senatore di Rifondazione Comunista Fosco Giannini e lo storico Alexander Hobel.
Tra i primi obiettivi, rilanciare la Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI) e iniziare le lotte: contro la precarietà, contro le guerre, contro l'europeismo liberale che sta alimentando in tutta Europa le peggiori destre xenofobe e razziste.
Punto principale. Alle prossime elezioni, ovunque sarà possibile, presentare il simbolo del Partito Comunista Italiano senza più mascherarsi dietro cartelli elettorali.

Pensieri critici.
Un passato che non svanisce
Non basta cambiare nome. Il peso degli errori del passato non svanisce da un giorno all'altro. L'autocritica è necessaria, ma non deve essere solo formale.
Una storia di scissioni, divisioni, conflitti interni che logorano la passione dei compagni e smantellano la credibilità dei comunisti. E' il tempo di unire in un unico partito e dove non è possibile, almeno creare una rete tra tutti i comunisti disposti a combattere il neoliberismo, l'Europa della banche e proteggere la nostra sovranità. La rete Eurostop può essere un punto d'incontro, ma serve un'unità vera.

Alleanze.
Sarà sempre il punto più contradditorio. L'esempio portoghese mostra che la realtà va affrontata, e non negata ideologicamente. Si possono fare alleanze, la tattica elettorale va valutata. Ma solo se c'è un reale beneficio per la classe di riferimento, non possiamo suicidarci con un nuovo Governo Prodi o umiliarci andando a votare alle primarie del PD. Ogni scelta sarà criticabile, ma andrà presa di volta in volta. Oggi è evidente che i rapporti di forza non permettono di fare alcuna alleanza utile e sociale.

La fine del PRC
Dal mio punto di vista l'esperienza del PRC è finita da tempo. E' parte del problema e non può essere una soluzione rientrare in massa in quel partito, come è stato chiesto ad alcuni promotori del nuovo PCI. Oggi nel PRC è rimasto solo (o quasi)  una parte della corrente ferreriana. Il resto è uscito, o uscirà subito dopo il congresso d'autunno. La scelta di sottomettersi a Sinistra Italiana e rifiutare l'unità dei comunisti ha la sua conseguenza. Una parte del PRC ha aderito al PCI. Senza veleni, sono due progetti distinti che potranno collaborare. Ad oggi però non ci sono le giuste condizioni.

Internazionalismo
Il congresso della Costituente Comunista ha avuto una rilevante presenza internazionale. Dai compagni cubani e vietnamiti, ai compagni siriani. Molti messaggi da tutto il mondo, dalla Svizzera fino al Brasile. Vicinanza politica. Ho notato una scarsa presenza di partiti comunisti europei. Se vogliamo uscire dall'Europa, davvero e non come sola propaganda, sarà necessario creare una reale rete tra i partiti comunisti euroscettici. Recupare in questo l'Inter-nazionalismo, e costruire insieme la risposta al problema europeo.

Rivalità comuniste
Tutti i partiti comunisti hanno un passato colmo di errori. Tutti, nessuno escluso. I partiti "nuovi" sono più puliti in questo, ma non lo sono i loro dirigenti. E' giusto ricordare tutto, a partire dagli errori di tutti. Ma è l'oggi l'importante. Fare in modo di superare le rivalità, iniziare a capire, nella teoria e nella pratica, chi è il vero nemico. Il nemico è colui che beneficia della diatriba comunista.

Giovani
Solo qualche anno fa le giovanili unite di GC e FGCI potevano contare più di 10mila iscritti, oggi il vuoto. Si è passati da coordinamenti unitari al nulla. I coordinatori nazionali Oggionni e Arzarello sono passati rispettivamente in SEL e PD, a dimostrazione che i "mostri" lo sono fin da giovani e che la "rottamazione" non sarà mai una soluzione. Un partito senza giovani non potrà mai avere futuro. Quindi rinnovamento, formazione, unità giovanile. Ma evitare la contrapposizione inutile e sciocca tra giovani e vecchi.

Le assenze alla Costituente
Troppe le assenze. Motivata quella del PD, che non è stato invitato in quanto "non di sinistra". Ma gli altri?  Positiva la presenza di Cremaschi a rappresentare quella rete Eurostop che nelle difficoltà sta provando ad unire la sinistra di classe.
Senza divisioni, con iniziative importanti.

Assemblea Costituente, partiti male.
Un Comitato Centrale eletto con il bilancino a  quote: PDCI, ex PRC, senza tessera; fa apparire l'operazione un po' verticistica. Alcune sospensioni, giuste o sbagliate che siano, avvenute pochi mesi prima del congresso avvelenano da subito un ambiente che non ha bisogno di epurazioni, ma di apparire il più inclusivo possibile, evitando nuovi "Rizzo". Si è percepito molta preoccupazione per la poca disciplina dei "non tesserati" e il "correntismo esasperato" di alcuni ex PRC.
Anche se motivata, la soluzione è sempre un dialogo forte e franco, senza forzature pericolose per la stessa immagine o diffidenze preventive. Le differenze devono essere una forza, non un problema.

La linea
No al Partito Democratico, uscita dalla Nato, rottura con l'Unione Europea, unità dei comunisti. Una linea in parte obbligata vista l'arroganza con cui Sinistra Italiana, con il consenso di Rifondazione Comunista, sta cercando di umiliare chiunque abbia ancora oggi l'orgoglio di presentarsi alle elezioni con la Falce e Martello. Una lotta di egemonia che non fa bene a nessuno. Per affrontare questo isolamento diventerà essenziale ricostruire un'organizzazione comunista e strutturarla, con modalità nuove e innovative, su tutto il territorio nazionale.
Valorizzare l'entusiasmo, ricostruire una comunità politica e applicare una resistenza politica.

Ci sono criticità, sono evidenti. E vanno affrontate per non ripetere gli errori passati. Non basta cambiare nome, se poi la dirigenza, la linea o le pratiche saranno le stesse. Le idee non sono cambiate, ma la politica si. Oggi bisognerebbe costruire il PCI del XXI secolo e fuggire da semplici nostalgie del passato. Valorizzare il passato, per lottare nel presente e conquistare il futuro. Ai compagni, ovunque collocati: alla lotta!


"Chi osa dire: mai?
A chi si deve, se dura l'oppressione? A noi.
A chi si deve, se sarà spezzata? Sempre a noi.

Chi viene abbattuto, si alzi!
Chi è perduto, combatta!
Chi ha conosciuta la sua condizione, come lo si potrà fermare?

Perché i vinti di oggi sono i vincitori di domani
e il mai diventa: oggi!"
(Brecht)

Andrea Perno Salutari
Foto dal congresso di Gianni Giacobino